11 Febbraio: Memoria della Beata vergine di Lourdes

Questi gesti sono, infatti, gesti biblici. Chiesti dalla Madonna. Bernadette diventa l’immagine dell’Incarnazione, Passione e Morte del Cristo. Andare in ginocchio fino al fondo della Grotta è il gesto dell’incarnazione, dell’abbassamento di Dio che si fa uomo. Bernadette bacia la terra per significare che quest’abbassamento è il gesto dell’amore di Dio per gli uomini. Mangiare le erbe amore ricorda la tradizione ebraica che si trova nel Vecchio Testamento. Gli ebrei rappresentavano Dio che si era preso carico di tutte le amarezze, tutti i peccati del mondo, uccidendo un agnello, svuotandolo e riempiendolo di erbe amare, pronunciando la preghiera: “ecco l’Agnello di Dio che prende su di sé tutte le disgrazie, che toglie tutte le amarezze, tutti i peccati del mondo”. Imbrattare il viso: il profeta Isaia mostra il Messia, il Cristo, sotto le caratteristiche del servo sofferente. “Perché portava su lui tutti i peccati degli uomini, il suo viso non aveva più figura umana.” Era, precisa Isaia, come una pecora condotta al macello e, sul suo passaggio, la gente rideva di lui. Ecco, alla Grotta, Bernadette sfigurata dal fango, e la folla che grida: “è diventata pazza’’. La grotta nasconde un tesoro immenso, infinito. I gesti che Bernadette compie sono gesti di liberazione. La Grotta è liberata dalle sue erbe, dal suo fango. Ma perché bisogna liberare questa Grotta? Perché nasconde un tesoro immenso che occorre assolutamente scoprire. Così, alla nona Apparizione, “la Signora” chiederà a Bernadette di andare a raschiare il suolo, in fondo a questa “Spelonca per i maiali”, dicendole: “andate alla fonte, bevete e lavatevi”. Così un po’ d’acqua fangosa inizia a sgorgare, sufficientemente perché Bernadette possa berne. Ed ecco che quest’acqua diventa, poco a poco, trasparente, pura, limpida. Con questi gesti, ci è rivelato il mistero stesso del cuore del Cristo: “Un soldato, con la sua lancia, trapasserà il cuore e, immediatamente, ne scaturirà sangue e acqua’’. Ma anche le profondità del mistero del cuore dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio: “l’acqua che ti darò diventerà in te sorgente di vita eterna’’. Il cuore dell’uomo, ferito dal peccato, è rappresentato dalle erbe e dal fango. Ma in fondo a questo cuore, c’è la vita stessa di Dio, rappresentata dalla fonte. Pregate per i peccatori Chiedono a Bernadette: “la Signora ti ha detto qualcosa?” E lei risponde: “Sì, di tanto in tanto diceva: Penitenza, penitenza, penitenza. Pregate per i peccatori. Per “penitenza”, si intende conversione. Per la Chiesa, la conversione consiste, come il Cristo l’ha insegnata, nel rivolgere il proprio cuore verso Dio, verso i propri fratelli. “Pregate per i peccatori”. Pregare fa entrare nello Spirito di Dio. Così possiamo capire che il peccato non fa la felicità dell’uomo. Il peccato è tutto ciò che si oppone a Dio. In occasione della tredicesima Apparizione, Maria si rivolge a Bernadette: “direte ai sacerdoti che si costruisca qui una cappella e che ci si venga in processione”. “Che si venga in processione” significa andare, in questa vita, sempre presso i nostri fratelli. “Che si costruisca una cappella” A Lourdes, tante cappelle sono state costruite per accogliere la folla dei pellegrini. Queste cappelle sono i segni della comunione fondata sulla carità, alla quale tutti sono chiamati. La cappella è “la Chiesa” che dobbiamo costruire, là dove siamo, nella nostra famiglia, sul nostro luogo di lavoro, nella nostra parrocchia, nella nostra diocesi. Qualsiasi cristiano trascorre la sua vita costruendo la Chiesa, vivendo in comunione con Dio e i suoi fratelli. La Signora dice chi è: “Que soy era lmmaculada Counceptiou’’ Il 25 marzo 1858, giorno della sedicesima Apparizione, Bernadette si reca alla Grotta dove, per volere di don Peyramale, parroco di Lourdes, chiede “alla Signora” di dire il suo nome. Per tre volte, Bernadette rivolge la domanda. Alla quarta richiesta, “la Signora” le risponde in dialetto: “Que soy era Immaculada Counceptiou”, “Io sono l’Immacolata Concezione”. Bernadette non ha capito immediatamente il senso di questa parola. L’Immacolata Concezione, così come insegna la Chiesa, è “Maria concepita senza peccato, grazie ai meriti della croce del Cristo” (definizione del dogma promulgato nel 1854).


Nel tempo e nello spazio di Dio

Con la solennità del Capodanno demmo inizio al nuovo anno invocando lo Spirito Santo e affidandoci a S. Biagio scelto come Protettore dell’anno e di cui quest’anno ricorre il XVII centenario del suo martirio. Fu poi festa per i nostri nella ricorrenza dell’Epifania con doni e giochi per la Befana. Il giorno 7 poi ebbe inizio il percorso di fede per fidanzati, animato dal parroco e le coppie Michele e Lucia Paparella, Franco e Angela Catalano, Rino e Concetta Rutigliani. Il corso terminerà nei primi di marzo. Anche le attività catechistiche ripresero regolarmente, mentre la comunità si unì per l’adorazione del primo Giovedì del mese. Con gioia apprendemmo la notizia della nomina del nuovo vescovo don Mimmo Cornacchia e particolare fu la gioia del Gruppo Famiglia parrocchiale che visse anni or sono una bella esperienza con lui nel ritiro spirituale che si svolse a Calentano. Attendiamo con ansia la sua venuta tra noi. Intanto prosegue il trambusto dinanzi alla nostra chiesa parrocchiale per la nuova pavimentazione che sta realizzandosi in Piazza Castello. Fu molto partecipato il triduo e la giornata di festa in onore di S. Ciro il cui simulacro ligneo fu realizzato 70 anni or sono. Il parroco ci parlò di Lui.
                                                                                        Luca

La Misericordia di Dio

Mentre accogliamo con gioia e speranza in nostro nuovo vescovo (che qualche anno fa animò un incontro del Gruppo Famiglia del SS. Redentore), mons. Domenico Cornacchia, al quale auguriamo una missione feconda e generosa, ritengo importante collegare questo evento all’Anno Santo della Misericordia che la Chiesa universale sta celebrando. In questo contesto assume altresì rilevanza la presenza a Roma, per un periodo di tempo limitato, di due santi che hanno messo al centro della loro vita l’amore misericordioso del Padre, due confessori eccezionali, Padre Pio da Pietrelcina e Leopoldo Mandic, quest’ultimo meno conosciuto del primo, piccolo di statura (era alto un metro e trentacinque centimetri), ma grande nel suo quotidiano impegno di sottrarre anime al nemico dell’uomo. San Leopoldo, per chi non lo sapesse, fu un grande confessore in quel di Padova, città di un altro grande santo, Antonio. La misericordia del Padre passa attraverso la carità, la preghiera, la confessione e la comunione. Il mistero eucaristico rimane il fulcro della presenza di Dio fra noi e lo strumento per riottenere la pace interiore, per riannodare il rapporto speciale fra il penitente ed il suo Signore che il peccato recide. Qualche anno addietro ebbi l’onore di conoscere un’anima mistica nei pressi di Roma, la quale, nel corso della confessione, mi suggerì tre rimedi contro gli assalti del male: lettura di libri buoni; confessione; comunione frequente. La confessione è quindi un momento centrale nel contesto del disegno di salvezza che concerne – o dovrebbe concernere – ogni uomo che sia consapevole che viene da Dio e a Lui dovrà fare ritorno per ricevere il premio o la pena eterna. Alcune letture superficiali del Vangelo ritengono che Dio sia essenzialmente amore e che, quindi, l’inferno non esista o, come sosteneva il teologo Baltazar, sia vuoto. In realtà le cose non stanno così. Dio è misericordioso ma anche giusto. Come sosteneva Padre Pio, vi sono due tempi. Il tempo dei nostri anni su questa Terra è il tempo della misericordia, mentre, al momento della nostra morte, interviene il tempo della giustizia divina. In altri termini, dopo la nostra morte andremo incontro ad un giudizio che riguarderà tutta la nostra vita, se sia stata orientata all’amore verso Dio ed il prossimo oppure vissuta egoisticamente. La vita o la morte eterna è dunque il prolungamento della qualità della nostra vita qui. Anzi, la vita eterna o la morte eterna è già iniziata; noi siamo già partecipi della vita eterna o della morte eterna a seconda dei nostri comportamenti, delle nostre azioni, dei nostri pensieri, delle nostre più recondite intenzioni. Siamo sereni e gioiosi se abbiamo “la coscienza a posto”; siamo inquieti, turbati, disorientati e malinconici se viviamo una vita marchiata dall’egoismo e dalla ricerca di piaceri che non danno gioia, dal potere fine a sé stesso, dall’accumulazione di beni. In definitiva, siccome siamo stati creati liberi, siamo noi stessi gli artefici del nostro destino; siamo noi che scegliamo l’acqua o il fuoco. Sarebbe buona prassi, alla sera, fare quell’esame di coscienza che i nostri genitori e sacerdoti ci consigliavano di fare quando eravamo bambini o bambine. È una pratica che, orientata dalla luce dello Spirito Santo e dalla conoscenza della Parola di Dio, ci mette in condizione di prendere coscienza dello stato della nostra anima, del nostro cuore, se è un cuore di carne oppure di pietra. Se un cuore di pietra lancia pietre contro il suo fratello, facendogli del male e predestinandosi alla pena, un cuore di carne dà da mangiare al suo fratello il pane della vita, ricevendone vita in abbondanza. L’arrivo del nuovo Vescovo ci predisponga ad accogliere la misericordia di Dio confidando altresì nelle virtù del nostro nuovo Pastore, che fa della letizia del cuore il suo motto e, quindi, il nucleo del suo progetto pastorale. In questa prospettiva, cerchiamo, per quanto ci è possibile, di non sottrarci ai nostri impegni verso la Chiesa, che non appartiene solo ai sacerdoti ed ai consacrati, ma a tutti i battezzati. La Chiesa resta nostra madre, nonostante i suoi peccati. In un’epoca che si contraddistingue per l’avanzare incalzante, furibondo e violento di teorie, idee, politiche irrispettose della dignità della persona umana e avverse al progetto naturale di Dio per l’umanità, come cristiani siamo chiamati alla missione di rievangelizzare noi stessi e gli altri, confidando nell’aiuto di Dio e nella sua grazia.
                                                                                      Salvatore Bernocco

Dal Messaggio del nuovo Vescovo don Mimmo «Cammineremo insieme, senza perderci di vista»

Chiedo umilmente di farmi spazio! Nel mio cuore ci siete già, vi sento come il più bel dono che Dio mi ha fatto, all’inizio di questo nuovo anno! Vi saluto tutti e ciascuno, con particolare affetto! Cammineremo insieme, senza perderci di vista; nella cooperazione e nella condivisione di ciò che siamo e abbiamo; sempre, nella carità e nella verità; nell’umiltà e nell’autenticità! Di noi devono tacere le parole e parlare le opere! Di ognuno, il Padre celeste deve poter ripetere ciò che ha detto sulle rive del Giordano di suo Figlio: In te ho posto la mia compiacenza! (Lc 3, 22). Sosteniamoci gli uni gli altri, gareggiando nella stima e nella benevolenza reciproca! “L’amore tutto vince”, afferma San Giovanni della Croce!

Siamo chiamati a un’opera difficile, non impossibile: attirare la benevolenza del Signore sul nostro modo di vivere, di agire, di accoglierci e di amarci! Procediamo con esultanza nella sequela del maestro Gesù Cristo! Coraggio! Come i pastori e i Magi diffondiamo la Luce che è Cristo in tutti quegli ambiti di vita che la Provvidenza ci indicherà! Gli altri devono stupirsi, meravigliarsi del modo nuovo e rinnovato del nostro essere e del nostro apparire! L’Anno Giubilare della Misericordia deve accelerare la nostra marcia verso la conversione personale e la santità! A tutti rivolgo, come mio primo saluto, quello che fu, invece, l’ultimo saluto di monsignor Bello: Vi voglio bene! Pregate tanto per me! A presto!», conclude monsignor Cornacchia.

Quaresima: tempo per fasciare e curare le ferite

Il mercoledì delle ceneri dà inizio alla Quaresima: quaranta giorni in preparazione alla Pasqua ‘’forgiati” da preghiera, digiuno e carità. E in particolar modo, quest’anno, alla scuola della misericordia. Il tempo di Quaresima di quest’anno ci conduce nel cuore del Giubileo della misericordia. È un tempo prezioso perché porta con sé la grazia di una vera e propria primavera della nostra fede, che può farla fiorire e portare buoni frutti. Tra di essi la nostra conversione che consiste in una dilatazione del cuore che accetti, non senza sforzo ma anche non senza gioia, di accogliere la bontà che Dio vuole comunicarci perché diventi la nostra stessa bontà. E la bontà di Dio, che brilla nel volto di Gesti, si chiama misericordia, come Papa Francesco ci ha più volte indicato. Ma è indispensabile comprendere bene il pensiero del Papa.
Il suo messaggio ha una dimensione molto ampia: avverto il pericolo che lo si riduca a un suo aspetto rilevante ma non unico, quello del perdono dei peccatori. Nel suo viaggio pastorale a Cuba Papa Francesco ha affermato: «Essere cristiano comporta servire la dignità dei fratelli , lottare per la dignità dei fratelli e vivere per la dignità dei fratelli». Mi pare che queste parole siano la chiave di volta del suo pensiero: ogni persona ha un valore e una dignità che dipendono dal fatto che Dio la ama, precisamente come un Padre. La misericordia è l’atteggiamento che vigila perché questa dignità “divina” abbia il rispetto che merita, in sintonia con l’amore di Dio. Se una persona è umiliata dalle sue scelte sbagliate e dalla prigionia del male in cui è finita, misericordia è liberarla, perché torni a essere bella e splendente (non solo perdono nella forma del condono, ma “risurrezione” a una esistenza degna della sua nobiltà). Se una persona è umiliata dallo stato di miseria in cui si trova, misericordia è tutto ciò che può ridonarle rispetto e dignità con le risorse indispensabili, ma anche con la possibilità di procurarsele con il proprio impegno (non basta dare cibo e soldi a chi è disoccupato, gli va aperta una possibilità di lavoro…). Se una persona è oppressa per la mancanza di libertà, di accesso alla cultura adatta alla sua esistenza, per discriminazioni, tale oppressione va tolta perché possa tornare a ergersi nella sua dignità e bellezza, e questa è ancora misericordia. Se una persona è rannicchiata su di sé, ricattata da paure, deformata da piegature egocentriche, ferita nella propria autostima, misericordia è restituirle respiro e sicurezza interiore e offrirle la possibilità di esprimere e accrescere la propria positività in una traiettoria aperta alla bontà e alla gioia. Se una persona è malata, limitata dalle sue condizioni fisiche, misericordia è cercare la sua guarigione con impegno proporzionato o almeno limitare il più
possibile sofferenze, emarginazione, barriere. Se una persona non è autosufficiente per età tenera  o avanzata, handicap, condizioni mentali e psicologiche irreversibilmente compromesse, va tutelata con ogni cura come si custodisce un immenso e prezioso tesoro. Ed ecco la traiettoria per la nostra primavera quaresimale, indicata dal Papa in Misericordiae vultus: «ln questo Anno Santo, potremo fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica. Quante situazioni di precarietà e sofferenza sono presenti nel mondo di oggi! Quante ferite sono impresse nella carne di tanti che non hanno più voce perché il loro grido si è affievolito e spento a causa dell’indifferenza dei popoli ricchi. In questo Giubileo ancora di più la Chiesa sarà chiamata a curare queste ferite, a lenirle con l’olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta».
                                                                                                                                d.C.B.

XVII Centenario del Martirio di S. Biagio (316-2016)

Miei Cari, 
una data che non può passare inosservata è quella del XVII Centenario che quest’anno ricordiamo ed è quella del Martirio di S. Biagio, nostro Santo Patrono. Egli fu infatti martirizzato nel 316 dopo Cristo. Rimane esempio di grande medico, maestro e protettore. Ma ripassiamo in rassegna le tappe più importanti della sua vita. Egli nasce in Armenia, regione bellissima dell’Asia. Al tempo di Biagio (sec. III – IV) la situazione è critica per le grandi conversioni al cristianesimo e per le tremende persecuzioni sostenute dagli imperatori Decio e Diocleziano. Anche dopo l’avvento dell’imperatore cristiano Costantino, la situazione resta pericolosa; imperatori, come Licinio, ritornarono a perseguitare i cristiani. Tra le vittime ci sarà anche Biagio che darà la sua bella testimonianza di fedeltà a Cristo fino al martirio. Egli si distinse per la sua fede luminosa dovuta alla conoscenza del Vangelo e la bontà del cuore. Terminati gli studi, Egli è pronto non solo per esercitare la sua professione di medico, ma anche per dedicarsi all'apostolato. Da sacerdote e Vescovo di Sebaste avrà mille occasioni per manifestare la sua bontà verso tutti e il suo eroismo durante le persecuzioni. Ricercato, troverà rifugio presso una grotta vicino al monte Argeo. Raggiunse al massimo la perfezione con il martirio fino alla decapitazione. Il suo corpo deposto nella cattedrale di Sebaste fu poi in parte imbarcato da cristiani armeni alla volta di Roma. Una tempesta tronca però il suo viaggio a Maratea (Potenza) e qui furono conservate e venerate le sue reliquie. Tra le tante città che assunsero il Patronato vi fu Dubrovnik in Croazia. Sembra proprio che durante il trafugamento delle sue reliquie verso Maratea anche Ruvo avrà sostituito il Patronato di S. Cleto con quello di S. Biagio. La ricorrenza centenaria non può non farci riandare ad una verifica della nostra fede che, pur non esigendo successivamente il martirio come quella di S. Biagio, deve portarci a verificarla costantemente per onorare il nostro Santo Patrono che da secoli veglia sulla nostra città di Ruvo.
Don Vincenzo




Al novello Priore della nostra Confraternita di San Rocco Angelo Fracchiolla e all'intera Amministrazione, l’augurio di tutti noi per un lavoro proficuo per un progresso nella fede e della devozione al grande Santo taumaturgo