Papa Francesco, con proprio decreto
del 3 febbraio 2015, ha riconosciuto
il martirio in odium fidei di
monsignor Oscar Arnulfo Romero y
Galdamez (Ciudad Barrios, 15 agosto
l9l7
-
San Salvador ,
24 marzo 1980), che
è stato elevato alla gloria degli altari,
come beato, in una solenne celebrazione
in San Salvador, il 23 maggio 2015. La
sua festa è stata fissata al 24 marzo,
giorno della sua uccisione, giornata
proclamata dalle Nazioni Unite quale
giornata internazionale per il diritto alla
verità sulle gravi violazioni dei diritti
umani e per la dignità delle vittime.
Nacque, secondo di otto fratelli, da una
famiglia di umili origini. Manifestato il
desiderio di diventare sacerdote, ricevette
la sua prima formazione nel seminario di
San Miguel (1930). I suoi superiori,
notando la sua predisposizione agli studi e
la docilità alla disciplina ecclesiastica, lo
mandarono a Roma. Compì la sua
formazione accademica nella Pontificia
Università Gregoriana negli anni dal 1937
al 1942, nella Facoltà di Teologia,
conseguendo il baccellierato, la licenza e
continuando con l'iscrizione a un anno del
ciclo di dottorato.
Ordinato sacerdote il 4 aprile 1942, svolse
il suo ministero di parroco per pochi anni.
In seguito fu segretario di Miguel Angel
Machado, vescovo di San Miguel. Venne
poi chiamato a essere segretario della
Conferenza episcopale di El Salvador.
II 25 aprile 1970 venne nominato vescovo
ausiliare di San Salvador, ricevendo
l'ordinazione episcopale il 21 giugno
1970. Diventò così il collaboratore
principale di Luis Chavez y Gonzalez, uno
dei protagonisti della Seconda conferenza
del l'episcopato latinoamericano a
Medellin (1968).
Il l5 ottobre 1974 venne nominato
vescovo di Santiago de Maria, nello stesso
Stato di El Salvador, uno dei territori più
poveri della nazione. Il contatto con la vita
reale della popolazione, stremata dalla
povertà e oppressa dalla feroce
repressione militare che voleva mantenere
la classe più povera soggetta allo
sfruttamento dei latifondisti locali,
provocò in lui una profonda conversione,
nelle convinzioni teologiche e nelle scelte
pastorali, anche grazie all'influenza del
gesuita Jon Sobrino, esponente di punta
della teologia della liberazione.
I fatti di sangue, sempre più frequenti, che
colpirono persone e collaboratori a lui
cari, 1o spinsero alla denuncia delle
situazioni di violenza che riempivano il
Paese. La nomina ad arcivescovo di San
Salvador, il 3
febbraio 1977, lo trovò
pienamente schierato dalla parte dei poveri, e in aperto contrasto con le stesse famiglie che lo sostenevano e che auspicavano in lui un difensore dello
status quo politico ed economico. Romero
rifiutò l'offerta della costruzione di un
palazzo vescovile, scegliendo una piccola
stanza nella sagrestia della cappella
dell'Ospedale della Divina Provvidenza.
dove erano ricoverati i malati terminali di
cancro.
La morte di padre Rutilio Grande, gesuita,
suo amico e collaboratore. assassinato
assieme a due catecumeni appena un mese
dopo il suo ingresso in diocesi, divenne
l'evento che aprì la sua azione di denuncia profetica, che portò la chiesa salvadoregna
a pagare un pesante tributo di sangue.
L'esercito, guidato dal partito al potere,
arrivò a profanare e occupare le chiese,
come ad Aguilares, dove vennero
sterminati più di 200 fedeli.
"Vi supplico, vi prego, vi ordino in nome
di Dio: cessi la repressione!" gridò
all'esercito e alla polizia. Le sue catechesi,
le sue omelie, trasmesse della radio
diocesana, vennero ascoltate anche
all'estero, diffondendo la conoscenza della
situazione di degrado che la guerra civile
stava compiendo nel Paese. La sua
popolarità crescente, in El Salvador e in
tutta l'America latina, e la vicinanza del
suo popolo, furono in contrasto con
1'opposizione di parte dell'episcopato, e
soprattutto con la diffidenza di papa Paolo VI.
Il 24 giugno 1978, in udienza da
quest'ultimo, denunciò:"Lamento,Santo
Padre, che nelle osservazioni presentatemi
qui in Roma sulla mia condotta pastorale
prevale un'interpretazione negativa che
coincide esattamente con le potentissime
forze che là, nella mia arcidiocesi, cercano
di frenare e screditare il mio sforzo
apostolico".
Per le sue posizioni teologiche favorevoli alla teologia della liberazione ebbe sempre un cattivo rapporto con Paolo VI e non riuscì a ottenere l'appoggio del nuovo
papa Giovanni Paolo II, che tenne conto
delle sue notevoli capacità pastorali e della
sua fedeltà al vangelo, ma fu molto cauto
per il timore di una sua eventuale
compromissione con ideologie politiche,
in realtà infondata nel caso di Romero che
era decisamente ortodosso, creando
ostacoli tra l'America Latina e la Santa
Sede.
Il 2 febbraio 1980, a Lovanio, in Belgio,
ricevette la laurea honoris causa per il suo
impegno come difensore dei poveri.
Il 23 marzo 1980 l'arcivescovo invitò
apertamente gli ufficiali e tutte le forze
armate a non eseguire gli ordini, se questi
erano contrari alla morale umana. Disse:
"Io vorrei fare un appello particolare agli
uomini dell'Esercito e in concreto alla
base della Guardia Nazionale, della
Polizia, delle caserme: Fratelli,
appartenete al nostro stesso popolo,
uccidete i vostri stessi fratelli contadini:
ma rispetto a un ordine di uccidere dato da
un uomo deve prevalere la legge di Dio
che dice "Non uccidere". Nessun soldato è
tenuto ad obbedire ad un ordine contrario
alla Legge di Dio. Vi supplico, vi chiedo, vi ordino in nome di Dio: "Cessi
la
repressione!"".
Il giorno dopo (24 marzo), mentre stava
celebrando la messa nella cappella
dell'ospedale della Divina Provvidenza, fu
ucciso da un sicario su mandato di
Roberto D'Aubuisson, leader del partito
nazionalista conservatore ARENA
(Alianza Republicana Nacionalista).
Nell'omelia aveva ribadito la sua denuncia
contro il governo di El Salvador, che
aggiomava quotidianamente le mappe dei
campi minati mandando avanti bambini
che restavano squarciati dalle esplosioni.
L'assassino sparò un solo colpo, che recise
la vena giugulare mentre Romero elevava l'ostia nella consacrazione. Morì alle
18:26 di lunedì 24 marzo 1980. Giovanni
Paolo II non presenziò al funerale, ma
delegò a presiedere la celebrazione
Ernesto Corripio y Ahumada, arcivescovo
di Città del Messico. Durante le esequie
l'esercito aprì il fuoco sui fedeli,
compiendo un nuovo massacro. Il 6 marzo
1983 Giovanni Paolo II rese omaggio a
Romero, venerato già come un santo dal
suo popolo, sulla sua tomba, nonostante le
pressioni del govemo salvadoregno.
Salvatore Bernocco
Nel tempo e nello spazio di Dio
Come negli anni precedenti, maggio
è stato denso di attività
pastorali, soprattutto
in ordine agli incontri di
catechesi riassuntivi
dell'anno e in preparazione
alla ricezione dei sacramenti:
il 17 maggio infatti c'è stata la
Prima Confessione, il 30 invece l'amministrazione della Cresima
da parte del vescovo don Gino.
Sono stati preceduti dal ritiro
spirituale presso il Santuario di
Calentano. Come ogni anno,
molto partecipata è stata la novena
a S. Rita e la festa della santa. La
celebrazione della sera ha
comportato la necessità di procedere alla
benedizione delle rose in piazza Castello:
la navata della chiesa non gliela avrebbe
fatta. Simpatico è stato un momento di festa intorno al parroco la sera del 21 maggio, mentre nei giorni
successivi si è tenuto
l'incontro con gli adulti e il
gruppo famiglia parrocchiale. Lo scambio di
esperienze e l'affetto
reciproco fanno sì che il
mondo degli adulti
cammini nella fraternità
nella formazione di una parrocchia secondo le
direttive del Concilio. Festosa l'accoglienza riservata al vescovo
don Gino la sera del 30 quando ha conferito il
sacramento della Cresima,
concludendo cosi il mese mariano. Come in ogni mese non è mancato il momento dell'adorazione eucaristica il primo giovedì del mese e il giorno 23 nel ricordo di P. Pio.
Luca
Luca
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ANNO XXIX - N. 44
MAGGIO... E QUELLA VERGINE DEL TIZIANO
Miei Cari,
non avviene sempre di trovarsi dinanzi ad una immagine della Vergine, dipinta con tanta grazia e intelletto di amore, come mi è stato dato nello scorso mese di aprile durante una tappa a Venezia. Proprio lì nella basilica dei Frari, mi son trovato davanti a quella stupenda visione dell’Assunta del Tiziano. Io penso che si debba coltivare un amore straordinario accompagnato dal pennello, diretto da mano soprannaturale per aversi un risultato così esaltante, quasi il pittore avesse avuto prima una visione di chi è stata Maria, la fanciulla di Nazareth, portata alla grazia e sorretta da un numeroso stuolo di angeli. È stata per me l’antifona al mese di maggio dedicato alla Madre di Dio. Infatti Maggio invita a riflettere e a celebrare la sua figura di donna, di madre e credente umile e tenace. Una devozione popolare, come quella mariana, riflette sempre un contenuto solido e valido, esprime un’idea afferrata come necessaria, manifesta un bisogno profondo di tutti: così la devozione a Maria è segno del bisogno che l’umanità avverte di una madre, di una protezione non passiva e fatalistica, ma seria e impegnativa. La Madonna in quel volo stupendo con cui il Tiziano la ritrae, sembra insegnarci che nel segreto di una coscienza, nella libertà coraggiosa di una donna, nella fede sicura di chi si appoggia alle incrollabili promesse di Dio, avviene qualcosa di sconvolgente: la disponibilità di Maria; la sua accettazione del progetto di Dio, il suo mettersi totalmente a servizio dellA incomprensibile amore di Dio che vuole salvare l’uomo, danno il via alla nuova éra, l’éra della salvezza. Oggi, all’uomo che ha perso il senso della sua responsabilità è ancora la figura di Maria - e il Tiziano lo esprime straordinariamente bene - che può offrire l’unica via di salvezza. È Maria che ancora oggi dice al mondo che si può credere, si può amare, si può pensare a risultati positivi, si può lavorare nel silenzio e nella onestà, certi che prima o poi, il bene emerge e invade la terra. Maria dice ancora agli uomini di buona volontà che la salvezza è una sola e che basta seguire il Cristo, la sua parola e la sua azione, senza compromessi e senza tradimenti, per arrivare ad una umanità felice e a un mondo fatto di uomini liberi. Ci accompagnino questi pensieri nel mese di maggio che si apre dinanzi a noi. Cordialmente
Don Vincenzo
Un gesto eroico fu ritenuto quello del Tiziano nel 1518, a Venezia, dove dipinge l’assunzione che i frati inizialmente rifiutano, perché rappresenta la Madonna viva. Al momento del rifiuto era presente l’ambasciatore dell’imperatore il quale si offerse di acquistare l’opera in contanti. Capito che l’opera aveva valore, i frati la tennero. Tiziano la dipinge in carne e ossa, portata dagli angeli o accompagnata dagli angeli, questo non si capisce. Quindi si spezza tutta la tradizione della dormitio, contro tutta la tesi degli ortodossi che credono che la Madonna sia morta. Aldo Bergamaschi
non avviene sempre di trovarsi dinanzi ad una immagine della Vergine, dipinta con tanta grazia e intelletto di amore, come mi è stato dato nello scorso mese di aprile durante una tappa a Venezia. Proprio lì nella basilica dei Frari, mi son trovato davanti a quella stupenda visione dell’Assunta del Tiziano. Io penso che si debba coltivare un amore straordinario accompagnato dal pennello, diretto da mano soprannaturale per aversi un risultato così esaltante, quasi il pittore avesse avuto prima una visione di chi è stata Maria, la fanciulla di Nazareth, portata alla grazia e sorretta da un numeroso stuolo di angeli. È stata per me l’antifona al mese di maggio dedicato alla Madre di Dio. Infatti Maggio invita a riflettere e a celebrare la sua figura di donna, di madre e credente umile e tenace. Una devozione popolare, come quella mariana, riflette sempre un contenuto solido e valido, esprime un’idea afferrata come necessaria, manifesta un bisogno profondo di tutti: così la devozione a Maria è segno del bisogno che l’umanità avverte di una madre, di una protezione non passiva e fatalistica, ma seria e impegnativa. La Madonna in quel volo stupendo con cui il Tiziano la ritrae, sembra insegnarci che nel segreto di una coscienza, nella libertà coraggiosa di una donna, nella fede sicura di chi si appoggia alle incrollabili promesse di Dio, avviene qualcosa di sconvolgente: la disponibilità di Maria; la sua accettazione del progetto di Dio, il suo mettersi totalmente a servizio dellA incomprensibile amore di Dio che vuole salvare l’uomo, danno il via alla nuova éra, l’éra della salvezza. Oggi, all’uomo che ha perso il senso della sua responsabilità è ancora la figura di Maria - e il Tiziano lo esprime straordinariamente bene - che può offrire l’unica via di salvezza. È Maria che ancora oggi dice al mondo che si può credere, si può amare, si può pensare a risultati positivi, si può lavorare nel silenzio e nella onestà, certi che prima o poi, il bene emerge e invade la terra. Maria dice ancora agli uomini di buona volontà che la salvezza è una sola e che basta seguire il Cristo, la sua parola e la sua azione, senza compromessi e senza tradimenti, per arrivare ad una umanità felice e a un mondo fatto di uomini liberi. Ci accompagnino questi pensieri nel mese di maggio che si apre dinanzi a noi. Cordialmente
Don Vincenzo
Un gesto eroico fu ritenuto quello del Tiziano nel 1518, a Venezia, dove dipinge l’assunzione che i frati inizialmente rifiutano, perché rappresenta la Madonna viva. Al momento del rifiuto era presente l’ambasciatore dell’imperatore il quale si offerse di acquistare l’opera in contanti. Capito che l’opera aveva valore, i frati la tennero. Tiziano la dipinge in carne e ossa, portata dagli angeli o accompagnata dagli angeli, questo non si capisce. Quindi si spezza tutta la tradizione della dormitio, contro tutta la tesi degli ortodossi che credono che la Madonna sia morta. Aldo Bergamaschi
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ANNO XXIX - N. 43
LA VITE E I TRALCI: UNA RIFLESSIONE DI ALBERTO MAGGI
In una famosa pagina del profeta
Ezechiele, il profeta descrive il legno
della vite. Che pregi ha? Nessuno. Il
legno della vite è l’unico legno tra gli
alberi della campagna con il quale non si
può fare nulla; non ci si può fare un
oggetto, un attrezzo utile. Il legno della
vite è buono soltanto per far passare la
linfa vitale ai tralci e produrre frutta.
Quindi il legno della vite è il legno
inservibile, se non per portare frutto. Ed è
a questa immagine del Profeta Ezechiele
che Gesù si riallaccia nel famoso discorso
della vite e dei tralci, contenuto nel
capitolo 15 del Vangelo di Giovanni.
Gesù, ancora una volta, rivendica la
pienezza della condizione divina. Quando
Gesù dice “Io sono”, questo rappresenta
la pienezza della condizione divina,
perché “Io sono” è il nome di Dio.
Nella cultura d’Israele la vite era
immagine del popolo, del popolo di
Israele. C’è il famoso cantico d’amore del
Signore per la sua vigna, contenuto nel
capitolo 5 del Profeta Isaia; anche il
Profeta Geremia parla di Israele come di
una vite. Bene Gesù dichiara di essere “la
vera vite”, quindi ci sono delle false viti.
Gesù continua quel processo di
sostituzione con le realtà di Israele con la
propria persona:
- non la manna dal cielo, ma lui
è il vero pane che da vita al popolo;
- lui è la vera luce al contrario della legge;
- lui è la vera vite, lui è il vero popolo
piantato dal Signore.
E il Padre “è l’agricoltore”. Allora ci sono
dei ruoli ben distinti: Gesù è la vite, dove
scorre la linfa vitale, il Padre è
l’agricoltore. Qual è l’interesse
dell’agricoltore? Che la vigna porti sempre
più frutto e infatti, scrive l’evangelista,
“ogni tralcio che in me non porta frutto, lo
toglie”. Qual è il significato di questa
espressione? L’evangelista sta parlando
della comunità cristiana dove c’è un amore che viene comunicato dal Signore,
un amore ricevuto dal Signore, e questo
amore si deve trasformare in amore
dimostrato agli altri. E questo è
caratteristico dell’Eucaristia. Nell’Eucaristia
si accoglie un Gesù che si fa pane, fonte
di vita, per poi essere disposti a farsi pane,
fonte di vita per gli altri. Ci può essere il
rischio che nella comunità ci sia una
persona che assorba questa linfa vitale,
assorba questa energia, assorba questo
amore, assorba questo pane, ma poi non
si faccia pane per gli altri, non trasformi
l’amore che riceve in amore per gli altri. E’
un elemento passivo, che pensa soltanto
al proprio interesse, a se stesso, e quindi
non comunica vita.
Ebbene, non gli altri tralci, e neanche
Gesù, ma il Padre, prende e lo toglie,
perché è un tralcio che è inutile.
“Ma ogni tralcio che porta frutto”, cioè il
tralcio che succhiando questa linfa vitale,
quindi nell’Eucaristia il tralcio che
ricevendo Gesù come pane si fa poi pane
per gli altri, porta frutto. Dispiace vedere
che ancora i traduttori rendono il termine
con ‘potare’ che non è quello adoperato
dall’evangelista. Il verbo adoperato da
Giovanni è ‘purificare’, non ‘potare’. Sono
due cose completamente diverse. Cosa
significa purificare? Il Padre che ha a
cuore che il tralcio porti più frutto sa
individuare quegli elementi nocivi, quelle
impurità, quei difetti che ci sono nel
tralcio e lui provvede a eliminarli. Questo
è importante, l’azione è del Padre; non
deve essere il tralcio a centrarsi su sé
stesso, ad individuare i propri difetti e
cercare di eliminarli, perché centrandosi su
séstesso farà un danno irreversibile.
L’uomo si realizza non quando pensa a se
stesso, alla propria perfezione spirituale,
che può essere tanto illusoria e lontana
quanto è grande la propria ambizione;
l’uomo deve centrarsi sul dono totale di
sé, che è immediato. Allora, in ognuno di
noi ci sono dei limiti, ci
sono dei difetti, ci sono
delle brutte tendenze.
Ebbene noi non ci
dobbiamo preoccupare.
Sarà il Padre che, se vede
che questi limiti, questi
difetti, queste tendenze
sono di impedimento al
portare più frutto, lui penserà
ad eliminarli, non noi. Perché
facendolo noi possiamo andare
a toccare quelli che sono i fili
portanti della nostra struttura e fare dei
danni tremendi.
Allora “Il Padre lo purifica”. Questo da
piena serenità; l’unica preoccupazione del
tralcio è portare frutto, tutti gli
impedimenti a frutti abbondanti ci
penserà il Padre, non gli altri tralci,
neanche la vite, ma il Padre. Perché?
“Perché porti più frutto”.
E dichiara Gesù “Voi siete già puri”, ecco
vedete, quando i traduttori traducono il
verbo con ‘potare’ anziché ‘purificare’,
non rendono questo gioco di parole che
l’evangelista fa tra il verbo ‘purificare’ e
l’aggettivo ‘puri’. Quindi prima Gesù ha
detto “Lo purifica”, e poi dice “voi siete
già puri”. Perché? “A causa della parola
che vi ho annunziato”. La parola di Gesù è
un amore che si fa servizio. Ciò che
purifica l’uomo non è il fatto che gli lava i
piedi, ma la disponibilità poi di lavare a
sua volta i piedi agli altri. Quindi questa
parola, il messaggio di Gesù, un amore
che si fa servizio, rende pura la persona.
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ANNO XXIX - N. 43
PAPA FRANCESCO COME GIOVANNI XXIII
"L’annuncio a me è arrivato
assolutamente improvviso ed
inatteso. Sono molto legato al
Papa, come sono stato educato fin da
ragazzo nel mio seminario di Venezia, e
non solo con l’affetto, ma con la mente e
con la mia piccola azione, che ho cercato
di fare lungo il corso della mia lunga vita e
nei miei 74 anni di sacerdozio.
“Mi ha preso all’improvviso! Sono rimasto
stupito e ho detto: “Anche io voglio
ripetere quello che un bergamasco, fatto
cardinale, ha scritto e ha voluto che fosse
messo nel suo stemma gentilizio Sola
gratia tua.
“Se è stato fatto questo riconoscimento,
se è venuta anche questa creazione come
un raggio di luce sul tramonto della mia
vita, lo devo solo alla bontà di papa
Giovanni, ai suoi esempi e alla sua santità,
e alla bontà e alla amabilità di papa
Francesco, che ha guardato ad un vecchio
prete e ha creduto di onorare in me tutti i
sacerdoti più umili, che hanno servito in
silenzio. Mi sono sempre considerato un
“facchino di Dio” e mi sono sentito
piccolo tra i piccoli. Ho servito e
finché Dio mi lascia qui
continuerò a servire, ad amare, a
credere all’unità della famiglia
umana. Grazie tante!”.
Sono state queste le prime parole
di Loris Capovilla, eletto, il 12
gennaio scorso, cardinale, da
papa Francesco, all’età di quasi
cento anni. Un uomo, un
credente che ha avuto il dono di
collaborare con papa Giovanni.
Nativo di Pontelongo, in provincia
di Padova, e prete veneziano dal
1940, conosce Roncalli al suo
arrivo a Venezia come Patriarca
nel 1953, ne viene scelto come
segretario e gli resta a fianco per
dieci anni, seguendolo a Roma
dopo l’elezione a Papa.
Dopo la morte di Giovanni XXIII,
Paolo VI lo manda come
arcivescovo prima a Chieti (1967)
e poi a Loreto (1971).
...continua...
...continua...
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ANNO XXIX - N. 43
ANTONIO SOCCI CONTRO PAPA FRANCESCO
Bergoglio identifica la conversione
con un “fare”, con un attivismo
sociale che abbiamo già visto in
America Latina e qui negli anni Settanta in
certi gruppi cattolici di sinistra, dove alla
fine Cristo si riduceva a “pretesto” per un
attivismo sempre più politico e
ideologizzato. Invece don Carron percorre la
via di un ripiegamento intimistico che toglie
alla fede e alla comunità cristiana ogni
dinamica umana espressiva e si risolve in
quella “scelta religiosa” che decenni fa
venne fatta dall’Azione Cattolica e fu
sempre combattuta da don Giussani come il
suicido del cattolicesimo. Giussani aborrì
allo stesso modo la riduzione “sociale” e
attivistica del cristianesimo che considerava
succube delle ideologie» (Libero, 8 marzo
2015).
Questo ha scritto su un giornale
ideologizzato il giornalista Antonio Socci,
da un po’ di tempo a questa parte attivissimo
nel criticare Sua Santità che, a suo modo di
vedere, non sarebbe stato eletto
legittimamente («Al Conclave è successo di
tutto», scrive, sempre sul giornale Libero, il
26 gennaio 2015), e non sarebbe Francesco.
Il giornalista accusa in sostanza papa
Bergoglio di essere un fautore della
cosiddetta teologia della liberazione, “una
riflessione teologica iniziata in America
latina con la riunione del Consiglio
episcopale latino-americano (CELAM) di
Medellín (Colombia) del 1968, dopo il
Concilio Vaticano II (a margine del quale fu
concordato da alcune decine di padri
conciliari - molti dei quali brasiliani e
latino-americani - il cosiddetto Patto delle
catacombe), che tende a porre in evidenza i
valori di emancipazione sociale e politica
presenti nel messaggio cristiano”.
Sempre secondo Socci, il Papa avrebbe poi
tirato le orecchie a Comunione e
Liberazione. Insomma, il giornalista,
fervente cattolico, è un fervente antibergogliano,
se così si può dire.
Poniamoci una sola domanda, partendo dalla
nota parabola del Buon Samaritano: il
samaritano si fermò a pregare, mani
congiunte, dinanzi al corpo martoriato
dell’uomo assalito dai briganti, oppure si
diede concretamente da fare, si prese cura di
lui con i fatti e non a parole? La risposta la
conosciamo tutti: si prese cura di lui,
distinguendosi dal levita e dal sacerdote, i
quali passarono oltre perché per loro era
importante raggiungere Gerusalemme per
andare a pregare. La parabola ci parla di un
cristianesimo che è vicino coi fatti a chi sta
male, con le azioni, oltre che con la
preghiera che però, da sola, serve a poco.
Difatti, sappiamo anche che la «fede senza le
opere è morta» (Gc 2,26) e abbiamo
memoria di quanto il Signore dice ad Isaia:
«Quando stendete le mani, io allontano gli
occhi da voi. Anche se moltiplicate le
preghiere, io non ascolto. Le vostre mani
grondano sangue. Lavatevi, purificatevi,
togliete il male delle vostre azioni dalla mia
vista. Cessate di fare il male, imparate a fare
il bene, ricercate la giustizia, soccorrete
l’oppresso, rendete giustizia all’orfano,
difendete la causa della vedova» (Is 1, 15-
17).
Del resto, il cristiano viene riconosciuto
come tale in forza delle opere di carità che
compie, non per il numero di novene,
preghiere, sante messe a cui partecipa,
spesso ininfluenti ai fini pratici.
Socci ha perso l’ennesima occasione per
tacere. Non so cosa ci sia di errato nella
teologia della liberazione, ma se tale
teologia postulasse la liberazione dell’uomo
dalle catene della sofferenza e del peccato,
io non ci vedrei nulla di male, anzi riterrei
che sia pienamente in linea con il messaggio
evangelico dell’amore-carità.
Salvatore Bernocco
Salvatore Bernocco
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ANNO XXIX - N. 43
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