«Ragazzi, vi faccio anch’io tanti
auguri. Tanti auguri di speranza,
tanti auguri di gioia, tanti auguri
di buona salute, tanti auguri perché a voi
ragazzi e ragazze fioriscano tutti i sogni.
Tanti auguri perché nei vostri occhi ci
sia sempre la trasparenza dei laghi e
non si offuschino mai per le tristezze
della vita che sempre ci sommergono.
Vedrete come fra poco la fioritura della
primavera spirituale inonderà il mondo,
perché andiamo verso momenti splendidi
della storia. Non andiamo verso la
catastrofe, ricordatevelo».
Con queste parole gravide di speranza
don Tonino Bello si congedava da noi.
Sono il suo testamento, il suo lascito
ai giovani e a tutti noi che lo abbiamo
stimato come uomo e come sacerdote
e vescovo della nostra Diocesi. Esse
risuonano attualissime in questi tempi
sfregiati da guerre, migrazioni di massa,
uccisioni, distruzioni, terrorismo.
Sembra che la Terra sia stata messa a
ferro e fuoco dagli ascari a servizio del
Male, milizie armate fino ai denti che
vogliono creare un clima di terrore e di continua tensione, di disperazione
e paura. Quante volte sentiamo dire:
questo mondo va a rotoli. E vanno a
rotoli anche i rapporti umani in una
società che il sociologo e filosofo
polacco Baumann definisce “liquida”.
Essi non si consolidano a causa del tarlo
egoistico che rosicchia, giorno dopo
giorno, la sfera dei sentimenti e della
responsabilità. Se potessimo immaginare
il concetto astratto di caos, potremmo
intenderlo come qualcosa di sfuggente,
di instabile, in opposizione all’ordine
della natura delle cose voluto da Dio
e disconosciuto dalla maggior parte
degli uomini. L’ordine non presuppone
totalitarismi o autoritarismi, ma l’uso
responsabile della libertà individuale
che, in una società che si rispetti,
incontra la libertà altrui per comporre
il mosaico comunitario del bene
comune. La fase caotica è caratterizzata
da incertezza e dallo sviluppo delle
componenti tensive ed egoiche presenti
nell’animo umano, frutto del cosiddetto
peccato originale ed originante, quindi di
una ribellione nei confronti del Creatore di tutte le cose visibili ed invisibili.
Questa ribellione continua tuttora, e ne
è segno visibile la crisi planetaria che
stiamo attraversando. Quando l’uomo si
mette al posto di Dio, sconvolgendo le
categorie del bene e del male, i frutti non
possono che essere amari e mortiferi.
Ma la perenne novità sta nel fatto che
Dio non abbandona a sé stesso l’uomo
peccatore, muove all’azione coloro che
credono in Lui, sollecita alla conversione
attraverso la preghiera e la carità. Non
ricorrerà, come estremo rimedio, ad
un secondo diluvio universale. Non ci
sarà la distruzione di altre Sodoma e
Gomorra. «E io ti dico: Tu sei Pietro e
su questa pietra edificherò la mia chiesa
e le porte degli inferi non prevarranno
contro di essa», dice il Cristo a Pietro
(Mt 16,18). Per quanto il male possa
fare strepito, siamo sicuri che esso non
prevarrà sulla nuova primavera spirituale
evocata dal compianto don Tonino.
Salvatore Bernocco
CRONACA DEL PRIMO INCONTRO CON IL NUOVO VESCOVO DON MIMMO
Fu fissato per il giorno di
San Giuseppe il primo incontro
con il nuovo vescovo don Mimmo
con la nostra comunità. Tutti i Gruppi, le
Associazioni e i Movimenti come anche
il Sodalizio di S. Rocco, furono presenti
alla Messa pontificale da lui presieduta.
Il parroco don Vincenzo accolse il
vescovo che fece il suo ingresso in
chiesa accolto da interminabili applausi.
Durante la celebrazione egli ricordò
del lavoro pastorale del parroco da lui
conosciuto circa quarant’anni or sono.
Il vescovo poi si soffermò a salutare
tutti, con tutti dialogando, informandosi
e benedicendo i tanti bambini a lui
presentati. Dopo essersi soffermato
con il Gruppo Famiglia parrocchiale e
gran parte dei fratelli delle Comunità
neo-catecumenali, l’Amministrazione
della Confraternita di S. Rocco lo invitò
a passare presso la chiesa di S. Rocco.
Lì si intrattenne con fedeli e confratelli
anche con questi dialogando mentre
ammirava il gruppo statuario degli
Otto Santi e la preziosa icona della
Madonna del Buon Consiglio. Sembrò
proprio non volersi distaccare dalla folla
di fedeli e amici che lo attorniarono,
meravigliandosi dei tanti fedeli che
gremivano la nostra chiesa per venerare
S. Giuseppe in quel giorno della sua
festa liturgica. Si trattenne anche
volentieri all’incendio di brevi giochi
pirotecnici e al lancio di mongolfiere
intorno alle 21,30. Unica nota stonata
una processione imprudentemente fatta
attraversare in Piazza Castello durante
la solenne messa pontificale celebrata
dal vescovo don Mimmo e alla cui
incompatibilità ci fu la condanna da
parte di chi non “volle ricordare” che
il 19 marzo è stato da sempre il giorno
della festa cittadina di S. Giuseppe.
Ma i mezzi della comunicazione come
avrebbero potuto montare e gonfiare in
maniera inadeguata quanto era stato da
tempo organizzato e realizzato “per quel
giorno” in cui il novello vescovo veniva
a incontrare i nostri della comunità del
SS. Redentore?
Luca
Luca
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Anno XXX - 349
Nel tempo e nello spazio di Dio
Proseguì e si intensificò
maggiormente il lavoro circa
la catechesi dei fanciulli che
si accosteranno ai sacramenti in
quest’anno. Anche per i loro genitori
il parroco li introdusse
al cammino
quaresimale e a
quello della Settimana
Santa. Il Volontariato
Vincenziano si preparò
e celebrò la festa
di S. Luisa il giorno
15. Nel frattempo
ci preparammo alla
solennità di S. Giuseppe,
data del primo incontro
con il nuovo vescovo don
Mimmo.
La Settimana Santa ebbe
inizio con il rito della
Benedizione delle Palme
nella nuova piazza Castello.
Alla presenza delle Autorità cittadine
e di una numerosa partecipazione di
popolo il nostro parroco don Vincenzo
procedette alla benedizione della
Piazza Castello che si è rifatta il look.
Furono fissate 4 croci con rami di ulivo sui quattro punti. Sulla stessa piazza
mosse la processione con le palme e il
rientro in chiesa.
La sera partecipammo alla Via
Crucis guidata dal nostro
vescovo. Poi fummo nella
Cattedrale di Molfetta per
la Messa Crismale la sera
di mercoledì. Le condizioni
atmosferiche impedirono
la processione degli Otto
Santi la notte del Giovedì
Santo. Fu fatta invece
dopo la Messa della
cena del Signore la sera
del Giovedì. I giovani
animarono l’adorazione
nella stessa serata.
Alle 17,00 del Venerdì
ebbe inizio l’Azione
Liturgica e alle 22,00
del Sabato la Veglia Pasquale.
In fraternità poi trascorremmo le varie
serate delle feste di Pasqua. Intanto il
parroco diede inizio alla visita annuale
delle famiglie. Come ogni mese il
gruppo eucaristico curò l’adorazione
del primo Giovedì.
Luca
Luca
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Anno XXX - 349
PASQUA : METTERSI IN CAMMINO
Miei Cari
si sono spenti gli echi del carnevale (ma oggi è sempre carnevale) e la quaresima ci sta aiutando a scavare dentro di noi, in un mondo in cui siamo liberi di fare, di vestire, di andare e venire mentre la nostra libertà si specchia nell’insicurezza dell’altro; siamo liberi e dunque imprevedibili, e perciò non diamo sicurezza. Ma se possiamo vivere senza futuro e senza passato per un giorno o per un mese, non lo possiamo per un’intera vita. Il nostro “andare” verso la Pasqua deve renderci capaci di darci un progetto, un senso concreto ad una vita che scorre zigzagando senza lasciar traccia. Quest’ultimo tratto della quaresima deve costituire un momento di sosta, per progredire con più slancio nel grande cammino, in fondo al quale ci attende una gioia piena che non conosce tramonto, né esigerà più un mercoledì delle ceneri per ricordarci che si deve tornare alla terra. Le ceneri in fondo al cammino, saranno già composte e noi saremo per sempre nella vita. La Pasqua diventerà allora per noi un momento di grazia per liberarci dall’egoismo e dalle false sicurezze per aprirci all’incontro con la Verità.
La vicenda pasquale dei due discepoli di Emmaus, riportata dal Vangelo di Luca, abbraccia, come in un unico quadro, una molteplicità di esperienze umane e di fede che approdano ad una vita nuova, concepita in funzione di una missione da portare a compimento. La strada che porta da Gerusalemme a Emmaus, per un primo tratto è adombrata dalla delusione: i due discepoli avevano sperato in Gesù senza conoscerlo profondamente, ma quando si aprono alla Parola, i loro occhi si aprono e i loro piedi si rimettono sulla strada per servire il lieto annuncio: “Il Signore è veramente risorto; è vivo; ha spezzato il pane con noi”. La quaresima ci vede avanzare in un cammino fatto di ascolto della Parola, di preghiera, di penitenza, di carità. Tale itinerario di esperienze porta necessariamente alla missione Infatti se la missione è “un modo di essere”, modellato su Cristo, essa prende ispirazione dalla sua Pasqua, da quel sangue versato per la salvezza del mondo. Per noi quindi Pasqua significherà
convertirci alla condivisione e alla missione, servire i poveri nello stile del buon samaritano, fare scelte coraggiose perché la salvezza di Cristo venga sperimentata dove la gente ha bisogno di luce e di speranza. Pasqua è procedere in avanti, un passo dopo l’altro al seguito di Cristo, evitando di scostarsene anche di poco: chi temesse il rischio di accompagnarlo ovunque, sarebbe uomo semispento, cristiano fallito. L’incontro col Risorto è inizio di vera felicità. Le lacrime vengono asciugate, le paure allontanate, i dubbi superati, le debolezze perdonate. Sì, davvero è “beata l’ora quando Gesù chiama dalle lacrime al gaudio dello spirito”. Pertanto il mio augurio non può non essere che un invito a vivere la Pasqua mettendosi in cammino come i discepoli di Emmaus, con la certezza che Cristo sorregge i piedi dei messaggeri di salvezza e di pace. Affascinato e attratto dall’innocenza evangelica dei nostri fanciulli che fra poco si incontreranno col Risorto nell’Eucarestia, attendo la riaccensione del cero pasquale: lo ricevo dalle loro mani; lo porgo in augurio di fede e di bontà ai più diseredati e disorientati dei miei fratelli e sorelle, riconoscendomi, al loro confronto, il più piccolo e l’ultimo. Con fraterni auguri!
Don Vincenzo
si sono spenti gli echi del carnevale (ma oggi è sempre carnevale) e la quaresima ci sta aiutando a scavare dentro di noi, in un mondo in cui siamo liberi di fare, di vestire, di andare e venire mentre la nostra libertà si specchia nell’insicurezza dell’altro; siamo liberi e dunque imprevedibili, e perciò non diamo sicurezza. Ma se possiamo vivere senza futuro e senza passato per un giorno o per un mese, non lo possiamo per un’intera vita. Il nostro “andare” verso la Pasqua deve renderci capaci di darci un progetto, un senso concreto ad una vita che scorre zigzagando senza lasciar traccia. Quest’ultimo tratto della quaresima deve costituire un momento di sosta, per progredire con più slancio nel grande cammino, in fondo al quale ci attende una gioia piena che non conosce tramonto, né esigerà più un mercoledì delle ceneri per ricordarci che si deve tornare alla terra. Le ceneri in fondo al cammino, saranno già composte e noi saremo per sempre nella vita. La Pasqua diventerà allora per noi un momento di grazia per liberarci dall’egoismo e dalle false sicurezze per aprirci all’incontro con la Verità.
La vicenda pasquale dei due discepoli di Emmaus, riportata dal Vangelo di Luca, abbraccia, come in un unico quadro, una molteplicità di esperienze umane e di fede che approdano ad una vita nuova, concepita in funzione di una missione da portare a compimento. La strada che porta da Gerusalemme a Emmaus, per un primo tratto è adombrata dalla delusione: i due discepoli avevano sperato in Gesù senza conoscerlo profondamente, ma quando si aprono alla Parola, i loro occhi si aprono e i loro piedi si rimettono sulla strada per servire il lieto annuncio: “Il Signore è veramente risorto; è vivo; ha spezzato il pane con noi”. La quaresima ci vede avanzare in un cammino fatto di ascolto della Parola, di preghiera, di penitenza, di carità. Tale itinerario di esperienze porta necessariamente alla missione Infatti se la missione è “un modo di essere”, modellato su Cristo, essa prende ispirazione dalla sua Pasqua, da quel sangue versato per la salvezza del mondo. Per noi quindi Pasqua significherà
convertirci alla condivisione e alla missione, servire i poveri nello stile del buon samaritano, fare scelte coraggiose perché la salvezza di Cristo venga sperimentata dove la gente ha bisogno di luce e di speranza. Pasqua è procedere in avanti, un passo dopo l’altro al seguito di Cristo, evitando di scostarsene anche di poco: chi temesse il rischio di accompagnarlo ovunque, sarebbe uomo semispento, cristiano fallito. L’incontro col Risorto è inizio di vera felicità. Le lacrime vengono asciugate, le paure allontanate, i dubbi superati, le debolezze perdonate. Sì, davvero è “beata l’ora quando Gesù chiama dalle lacrime al gaudio dello spirito”. Pertanto il mio augurio non può non essere che un invito a vivere la Pasqua mettendosi in cammino come i discepoli di Emmaus, con la certezza che Cristo sorregge i piedi dei messaggeri di salvezza e di pace. Affascinato e attratto dall’innocenza evangelica dei nostri fanciulli che fra poco si incontreranno col Risorto nell’Eucarestia, attendo la riaccensione del cero pasquale: lo ricevo dalle loro mani; lo porgo in augurio di fede e di bontà ai più diseredati e disorientati dei miei fratelli e sorelle, riconoscendomi, al loro confronto, il più piccolo e l’ultimo. Con fraterni auguri!
Don Vincenzo
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Anno XXX - 348
Al nostro novello vescovo
Don Mimmo
che il 19 marzo si incontrerà
per la prima volta
con la nostra Comunità,
l’augurio
di una serena e felice
Santa Pasqua
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Anno XXX - 348
TUTTO IL POPOLO È CON PAPA FRANCESCO
E adesso? La domanda nasce spontanea nel reticolato delle parrocchie di tutto il mondo dove il sinodo ordinario sulla famiglia appena trascorso sarà costretto a dare risposte pastorali chiare, o almeno, non suscettibili di “arbitraria” dottrina. Già, e adesso? Cosa faranno in tema di pastorale familiare i vescovi locali? Probabile che papa Francesco renda noto a presto le sue decisioni attraverso un ‘esortazione apostolica. Ma ciò basterà a imprimere una nuova rotta in quella parte dell ‘episcopato mondiale recalcitrante alle novità del pontefice? Le domande si affollano. Anche se il sinodo un verdetto l’ha già dato. L’accoglienza pastorale ai divorziati risposati si allontana, elegantemente e democraticamente, dal recinto ristretto della cieca obbedienza dottrinale, come ha detto Enzo Bianchi, per entrare nel campo, intimo e più delicato, della coscienza. Si vedrà, caso per caso. Ma, si domanda qualcuno, non funzionava già così? I preti, di fatto, nella loro maggioranza, non davano già la comunione al “condannato” divorziato risposato? La relazione finale approvata al sinodo, nel punto in questione, è chiara: “I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle c
omunità cristiane nei diversi modi possibili... La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del vangelo. Quest’integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti. Per la comunità cristiana, prendersi cura di queste persone non è un indebolimento della propria fede e della testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale: anzi, la chiesa esprime proprio in questa cura la sua carità”. Un testo chiaro, dove si invitano i parroci (e i vescovi) a superare quelle rigide esclusioni pastorali praticate “in ambito pastorale, liturgico ed educativo” nei confronti dei divorziati risposati. Anche se i punti più dibattuti della relazione sono “passati” per alcuni voti (il quorum dei due terzi era di 177 voti) non si può non accorgersi di quanto la chiesa abbia fatto un passo avanti verso quella misericordia tanto voluta e praticata da papa Francesco. Se pensiamo a come la chiesa era messa solo due anni fa, e non solo su questi terni, c’è da gridare al miracolo. Il cardinale Martini, poco prima di morire, rilasciò un’intervista in cui parlò di una chiesa in ritardo di duecento anni.
Ma, al di là, del sinodo e dei suoi risultati, quello che è emerso è che anche la chiesa, monarchia illuminata che vive da duemila anni, ha scelto la democrazia e la trasparenza come gesto di rottura rispetto al suo passato. Non è una cosa da poco. Alle scartoffie e agli intrighi di uffici curiali, papa Francesco ha contrapposto il voto, ai pettegolezzi di palazzo la discussione. Sebbene, purtroppo, gli intrighi di palazzo continuino a proliferare oltretevere: Vatileaks2, infatti, sembra riemergere dalle scartoffie vaticane. È finito in carcere monsignor Lucio Angel Vallejo Balda, spagnolo, ex segretario della prefettura degli Affari economici e della Commissione di studio sulle attività economiche e amministrative (Cosea), per aver divulgato notizie riservate e telefonate private del papa a giornalisti. Sotto accusa con lui, anche Francesca Immacolata Chaouqui, ex componente della stessa Commissione. Per fortuna, Francesco va avanti. Questo modo di fare, questa “parresia evangelica”, rappresenta lo stile del pontificato di Francesco, a metà tra intelligenza ignaziana e spiritualità francescana. Uno stile cercato nelle viscere del vangelo, e una parola incoraggiata dal grido di dolore di un mondo contemporaneo accecato da una globalizzazione senza regole e senza limiti. La forza di papa Francesco è tutta qui. Oltre le esortazioni evangeliche, le encicliche. Oltre le scelte sui futuri episcopati che pur ci sono e sembrano finalmente intravedere una linea di direzione. Le ultime nomine vescovili, solo se pensiamo all’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, e a quello di Bologna, Matteo Zuppi, vanno diritte nella scelta di uomini che hanno abbracciato l’abito talare per calarsi nell’odore delle pecore. Vescovi di strada, sì. Ma anche vescovi e preti formati a una solida teologia, che non hanno mai perseguito carriere e onorificenze, e anche per questo premiati da Francesco. Ecco perché i rigoristi, o conservatori, o tradizionalisti, hanno fatto uno scivolone con la storia prima del monsignore gay, poi della lettera dei 13 cardinali che come tutte le commedie tragicomiche non si è saputo chi avesse firmato veramente, e infine con l’insuperabile bufala del tumore benigno al cervello del papa. L’attacco a papa Francesco continuerà anche in futuro. Ma, rispetto al tiro infuocato dei suoi nemici, non nuovi nell’uso spregiudicato di carte e documenti segreti per colpire l’avversario, la contraerea bergogliana usa la tenerezza e la “durezza” delle Beatitudini. I sinodi passano, la chiesa rimane. Così i difensori a oltranza di una chiesa arroccata sui suoi inossidabili misteri e leggi imperturbabili nel tempo e nella storia non raccoglie che lo striminzito un terzo dei voti, stando però solo alla conta di vescovi e cardinali un po’ anziani, in gran parte eletti sotto il pontificato dei due precedenti papi. Il popolo, in realtà, è tutto con papa Francesco. Un popolo di fedeli che forse solo ora sta capendo la grande novità di questo pontificato. Per Francesco, infatti, la chiesa è inclusiva, mai escludente. Anche per chi non la pensa come lui. Una chiesa che ha i tempi lunghi della mediazione e della parsimonia e i tempi presenti della misericordia e della tenerezza evangeliche. Il Giubileo straordinario della misericordia voluto da papa Francesco e che ha avuto inizio l’8 dicembre scorso, si inserisce in questa visione profetica del pontificato, dove il decentramento tra chiesa centralistica ed episcopati locali attende l’ultima spinta per una piramide rovesciata: il potere e il servizio nascono dal basso. La rivoluzione continua.
omunità cristiane nei diversi modi possibili... La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del vangelo. Quest’integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti. Per la comunità cristiana, prendersi cura di queste persone non è un indebolimento della propria fede e della testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale: anzi, la chiesa esprime proprio in questa cura la sua carità”. Un testo chiaro, dove si invitano i parroci (e i vescovi) a superare quelle rigide esclusioni pastorali praticate “in ambito pastorale, liturgico ed educativo” nei confronti dei divorziati risposati. Anche se i punti più dibattuti della relazione sono “passati” per alcuni voti (il quorum dei due terzi era di 177 voti) non si può non accorgersi di quanto la chiesa abbia fatto un passo avanti verso quella misericordia tanto voluta e praticata da papa Francesco. Se pensiamo a come la chiesa era messa solo due anni fa, e non solo su questi terni, c’è da gridare al miracolo. Il cardinale Martini, poco prima di morire, rilasciò un’intervista in cui parlò di una chiesa in ritardo di duecento anni.Ma, al di là, del sinodo e dei suoi risultati, quello che è emerso è che anche la chiesa, monarchia illuminata che vive da duemila anni, ha scelto la democrazia e la trasparenza come gesto di rottura rispetto al suo passato. Non è una cosa da poco. Alle scartoffie e agli intrighi di uffici curiali, papa Francesco ha contrapposto il voto, ai pettegolezzi di palazzo la discussione. Sebbene, purtroppo, gli intrighi di palazzo continuino a proliferare oltretevere: Vatileaks2, infatti, sembra riemergere dalle scartoffie vaticane. È finito in carcere monsignor Lucio Angel Vallejo Balda, spagnolo, ex segretario della prefettura degli Affari economici e della Commissione di studio sulle attività economiche e amministrative (Cosea), per aver divulgato notizie riservate e telefonate private del papa a giornalisti. Sotto accusa con lui, anche Francesca Immacolata Chaouqui, ex componente della stessa Commissione. Per fortuna, Francesco va avanti. Questo modo di fare, questa “parresia evangelica”, rappresenta lo stile del pontificato di Francesco, a metà tra intelligenza ignaziana e spiritualità francescana. Uno stile cercato nelle viscere del vangelo, e una parola incoraggiata dal grido di dolore di un mondo contemporaneo accecato da una globalizzazione senza regole e senza limiti. La forza di papa Francesco è tutta qui. Oltre le esortazioni evangeliche, le encicliche. Oltre le scelte sui futuri episcopati che pur ci sono e sembrano finalmente intravedere una linea di direzione. Le ultime nomine vescovili, solo se pensiamo all’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, e a quello di Bologna, Matteo Zuppi, vanno diritte nella scelta di uomini che hanno abbracciato l’abito talare per calarsi nell’odore delle pecore. Vescovi di strada, sì. Ma anche vescovi e preti formati a una solida teologia, che non hanno mai perseguito carriere e onorificenze, e anche per questo premiati da Francesco. Ecco perché i rigoristi, o conservatori, o tradizionalisti, hanno fatto uno scivolone con la storia prima del monsignore gay, poi della lettera dei 13 cardinali che come tutte le commedie tragicomiche non si è saputo chi avesse firmato veramente, e infine con l’insuperabile bufala del tumore benigno al cervello del papa. L’attacco a papa Francesco continuerà anche in futuro. Ma, rispetto al tiro infuocato dei suoi nemici, non nuovi nell’uso spregiudicato di carte e documenti segreti per colpire l’avversario, la contraerea bergogliana usa la tenerezza e la “durezza” delle Beatitudini. I sinodi passano, la chiesa rimane. Così i difensori a oltranza di una chiesa arroccata sui suoi inossidabili misteri e leggi imperturbabili nel tempo e nella storia non raccoglie che lo striminzito un terzo dei voti, stando però solo alla conta di vescovi e cardinali un po’ anziani, in gran parte eletti sotto il pontificato dei due precedenti papi. Il popolo, in realtà, è tutto con papa Francesco. Un popolo di fedeli che forse solo ora sta capendo la grande novità di questo pontificato. Per Francesco, infatti, la chiesa è inclusiva, mai escludente. Anche per chi non la pensa come lui. Una chiesa che ha i tempi lunghi della mediazione e della parsimonia e i tempi presenti della misericordia e della tenerezza evangeliche. Il Giubileo straordinario della misericordia voluto da papa Francesco e che ha avuto inizio l’8 dicembre scorso, si inserisce in questa visione profetica del pontificato, dove il decentramento tra chiesa centralistica ed episcopati locali attende l’ultima spinta per una piramide rovesciata: il potere e il servizio nascono dal basso. La rivoluzione continua.
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