Mentre mangiavano prese un pane.
Gesù prende un pane e non il
pane: significa che non prende il
pane azzimo. Il pane tondo significa che
non c’è una parte migliore, come per
l’agnello, ma è uguale per tutti. Il pane è
formato da chicchi di grano che prima
erano sparsi e, una volta macinati,
diventano una cosa sola. È segno di unità;
come il pane è formato da chicchi di
grano che erano sparsi, così la comunità
cristiana nell’Eucarestia tende a diventare
una cosa sola.
Prendete e mangiate: mangiare significa
che il pane va assimilato, assorbito, fatto
nostro. Mangiare il Corpo di Cristo
significa fare nostro il suo modello di
comportamento e amore come Lui ama.
Il Calice è l’immagine della morte di
Gesù. Per vivere il messaggio di Gesù non
basta solo mangiare il pane, ma occorre
essere fedeli fino ad essere capaci di
affrontare la
persecuzione,
l’ostilità,
l’incomprensione
anche fino alla morte.
Gesù inaugura
qualcosa di
completamente
nuovo. Egli non
uccide una vita, ma
offre la sua vita; non
toglie il pane ai
discepoli, ma si offre
Lui come pane. Gesù
non chiede, ma dona.
Dopo aver cantato
l’Inno usciranno verso
il monte degli ulivi:
nel libro dell’Esodo è
scritto che è proibito
uscire la notte di
Pasqua. Loro escono
e cantano anche gli
inni, che significa
lodare Dio. È una
immagine priva di
qualsiasi elemento di
tristezza. Gesù libera
l’uomo da ogni legge
opprimente perché ha
a cuore solo ed
esclusivamente il
bene dell’uomo.
Per capire allora meglio il significato
dell’Eucarestia incominciamo a liberarci
da immagini e parole non propriamente
corrette. I cristiani celebrano la Cena del
Signore (S. Paolo) o la Frazione del pane
(S. Luca), per cui non ci raccogliamo
davanti ad un altare: l’altare presuppone
un sacrificio da offrire a Dio; ma noi ci
riuniamo intorno alla Tavola con il
significato di mensa. Nella Tavola cristiana
è il Signore che si offre ai suoi come
alimento di vita. Ed Egli si fa servo perché
noi ci facciamo Signori. Egli - dice il
Vangelo - li farà mettere a tavola (li farà
sdraiare: solo i signori potevano mangiare
sdraiati) e passerà a servirli. Dio nutre e
rafforza, ovvero comunica vita.
L’Eucarestia è il momento in cui Dio si
prende cura di noi; noi ci riposiamo e
Gesù passa a servirci. Il Dio di Gesù non
chiede di essere servito, ma è Lui che
serve. L’Eucarestia è il momento in cui Dio ci coccola. Per vivere pienamente
l’eucarestia, Gesù ci invita ad avere le
vesti strette ai fianchi; atteggiamento
quindi di servizio e di cammino per
andare verso gli altri. E inoltre avere le
lampade accese. “Lampade accese”
significa che il Signore è presente e la
Comunità si deve caratterizzare per il
servizio che gli uni svolgono verso gli altri.
La comunità quindi è il luogo dove alita il
Signore.
Nel tempo e nello spazio di Dio
Con intensità vivemmo il
triduo pasquale
ritrovandoci alla
Messa in Coena Domini,
alla Azione liturgica del
venerdì e alla Veglia
Pasquale.
Vivemmo poi momenti di
fraternità con il Gruppo
Famiglia, con gli Amici della
Confraternita di S. Rocco, i
giovani e i fratelli del Cammino
Neo-Catecumenale che hanno
iniziato le evangelizzazioni in
piazza dietro suggerimento del
Papa.
Non mancarono i momenti di adorazione
eucaristica, compresa quella animata
dal Gruppo di P. Pio. Poi iniziò la
novena in onore della Madonna del
Buon Consiglio che culminò con la festa esterna, preceduta dalla
processione della Venerata
Icona.
Si intensificarono gli
incontri con i genitori dei
fanciulli di catechismo,
soprattutto per quelli
che riceveranno
prossimamente i
sacramenti della
Riconciliazione, della
Cresima e della Prima
Comunione.
Ci riunimmo in
preghiera per il
vescovo Don Tonino
nell’anniversario della sua morte. Il
parroco ci introdusse poi al mese
mariano, così anche i bambini e i giovani
con tutti i gruppi e movimenti
parrocchiali.
Luca
Luca
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ANNO XXIX - N. 43
PASQUA: ANCHE NOI IN CAMMINO
Miei Cari,
È Pasqua. Gesù, dopo il riposo del sabato, riprende il cammino. Ripartono le voci delle donne che non trovano il Maestro nel sepolcro, si odono Angeli che annunziano che il Maestro è risorto. Tutti corrono. A Natale andarono in fretta i pastori ad adorarlo, chiamati da voci dal cielo: ora, è un angelo che annunzia che il Maestro è risorto, non è più nel sepolcro. La notte delle tenebre è sconfitta: Gesù è risorto. Nella tomba solo dei lini posti al suolo. Gesù, fatto infinito, cammina sulla morte, desideroso che i fratelli lo seguano e lo annuncino appena avrà inviato loro lo Spirito Santo. Ritroveranno allora l’entusiasmo e la notte, carica di peccato, si farà luce. Illuminati dal volto raggiante di Gesù Risorto, anche noi camminiamo, radiosi, come l’alba. Le tenebre della nostra umanità non possono più impedirci di far sorgere la luce: la luce della sua Grazia. Comprendiamo ora la parola di S. Paolo: “Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede”. Nella tua morte e risurrezione siamo diventati eternità. Cammina di nuovo Gesù con noi, come all’inizio dei tempi. Il cammino della storia ora si apre alla speranza; la notte si è trasformata in giorno perché, a Pasqua, Dio è Amore. Morti per la colpa, con la Pasqua, con la passione, morte e risurrezione di Gesù siamo nuovamente luce, siamo amore. Cosa significa allora vivere nell’amore della Pasqua? Non vivere più solo per sé, saperci donare agli altri come lui, Gesù, che si è donato a tutti. Abbracciamo amorevolmente i nostri fratelli, quelli più poveri. Oggi sono tanti questi fratelli bisognosi d’amore, bisognosi di vita. Anche loro hanno diritto alla vita. Come Cristo, a Pasqua, si offre per la redenzione di tutta l’umanità, noi non dovremmo offrirci per la sopravvivenza dei poveri che bussano alle nostre porte? Qual è il significato della risurrezione per noi? È un invito a cogliere che il tempo della sofferenza e della difficoltà ha un senso, e quasi sempre una logica, quando il tutto viene vissuto incastonato, affidato e compreso, come qualcosa di prezioso, nel piano di Dio. È un’apertura alla speranza…. A vedere nella storia quelle realtà positive che illuminano il cammino, a volte disastroso, di ogni uomo. È la forza per poter iniziare, ricominciare e ripartire per nuove mete dopo aver sperimentato la debolezza della natura umana o la lontananza degli uomini nei momenti di maggiore bisogno. È una chiamata a superare continuamente il senso di paura che alberga in noi e nella nostra quotidianità… a vincere il senso di ipocrisia e di ambiguità a cui molte volte si è abituati o assuefatti… a guardare in modo positivo alla storia convinti che alla fine il male deve essere sconfitto dal bene… e che sarà una vittoria divina. È una presa di coscienza di quella espressione (finale del vangelo di Matteo)… “Ecco, Io Sono con Voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”…. Il Risorto compagno di viaggio lungo tutto il cammino della nostra vita. E’ il mio augurio.
Don Vincenzo
È Pasqua. Gesù, dopo il riposo del sabato, riprende il cammino. Ripartono le voci delle donne che non trovano il Maestro nel sepolcro, si odono Angeli che annunziano che il Maestro è risorto. Tutti corrono. A Natale andarono in fretta i pastori ad adorarlo, chiamati da voci dal cielo: ora, è un angelo che annunzia che il Maestro è risorto, non è più nel sepolcro. La notte delle tenebre è sconfitta: Gesù è risorto. Nella tomba solo dei lini posti al suolo. Gesù, fatto infinito, cammina sulla morte, desideroso che i fratelli lo seguano e lo annuncino appena avrà inviato loro lo Spirito Santo. Ritroveranno allora l’entusiasmo e la notte, carica di peccato, si farà luce. Illuminati dal volto raggiante di Gesù Risorto, anche noi camminiamo, radiosi, come l’alba. Le tenebre della nostra umanità non possono più impedirci di far sorgere la luce: la luce della sua Grazia. Comprendiamo ora la parola di S. Paolo: “Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede”. Nella tua morte e risurrezione siamo diventati eternità. Cammina di nuovo Gesù con noi, come all’inizio dei tempi. Il cammino della storia ora si apre alla speranza; la notte si è trasformata in giorno perché, a Pasqua, Dio è Amore. Morti per la colpa, con la Pasqua, con la passione, morte e risurrezione di Gesù siamo nuovamente luce, siamo amore. Cosa significa allora vivere nell’amore della Pasqua? Non vivere più solo per sé, saperci donare agli altri come lui, Gesù, che si è donato a tutti. Abbracciamo amorevolmente i nostri fratelli, quelli più poveri. Oggi sono tanti questi fratelli bisognosi d’amore, bisognosi di vita. Anche loro hanno diritto alla vita. Come Cristo, a Pasqua, si offre per la redenzione di tutta l’umanità, noi non dovremmo offrirci per la sopravvivenza dei poveri che bussano alle nostre porte? Qual è il significato della risurrezione per noi? È un invito a cogliere che il tempo della sofferenza e della difficoltà ha un senso, e quasi sempre una logica, quando il tutto viene vissuto incastonato, affidato e compreso, come qualcosa di prezioso, nel piano di Dio. È un’apertura alla speranza…. A vedere nella storia quelle realtà positive che illuminano il cammino, a volte disastroso, di ogni uomo. È la forza per poter iniziare, ricominciare e ripartire per nuove mete dopo aver sperimentato la debolezza della natura umana o la lontananza degli uomini nei momenti di maggiore bisogno. È una chiamata a superare continuamente il senso di paura che alberga in noi e nella nostra quotidianità… a vincere il senso di ipocrisia e di ambiguità a cui molte volte si è abituati o assuefatti… a guardare in modo positivo alla storia convinti che alla fine il male deve essere sconfitto dal bene… e che sarà una vittoria divina. È una presa di coscienza di quella espressione (finale del vangelo di Matteo)… “Ecco, Io Sono con Voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”…. Il Risorto compagno di viaggio lungo tutto il cammino della nostra vita. E’ il mio augurio.
Don Vincenzo
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ANNO XXIX - N. 42
IL RISORTO CAMMINA CON NOI : MEDITAZIONE PASQUALE
Cammina davanti a me… Camminare con Dio è un’espressione che la Bibbia usa per definire un uomo che vive nella piena comunione con Dio. Infatti, così il libro della Genesi presenta Noè, uomo che divenne primizia di un’umanità nuova, salvata dalle acque del diluvio: “Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio” (Gen 6,9). Ad Abramo, uomo delle promesse, invece, Dio si rivolge con un invito molto preciso: “Io sono Dio l’Onnipotente: cammina davanti a me e sii integro. Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò molto, molto numeroso” (Gen 17,1-2). Uun comando che ne condiziona tutta la vita. Cammina davanti a me significa, dunque, una vita vissuta di fronte a Dio, nella quale ogni passo viene fatto guardando a Lui. Un invito ad appartenere completamente a Lui, senza riserve. La vita umana si presenta proprio come un “cammino”. L’uomo, infatti, percorre diverse strade da solo, come parente, amico, concittadino, parrocchiano, eccetera… oppure come monaco, monaca che si avventura nei sentieri tortuosi della solitudine, nella ricerca dell’essenziale…. Nella ricerca di Dio. Gesù viandante Nella persona di Gesù, Dio stesso intraprende questo “cammino” umano, che ci conduce verso Gerusalemme, luogo della Pasqua del Signore. Nei Vangeli secondo Marco e Luca, Gesù si presenta proprio come un viandante che, accompagnato dai suoi discepoli, percorre la Galilea annunciando il Regno di Dio, ma a un certo punto, quando “stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme” (Lc 9,51), “perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (Lc 13,33). Non è facile stare al passo del Maestro che cammina così deciso verso il suo esodo, come pure non era stato facile lasciare tutto per mettersi in questo cammino, ma l’insicurezza aveva fatto spazio alla forza della speranza fissata in Gesù: “Lui libererà Israele”! Speranza mantenuta viva nonostante le difficoltà del viaggio, le fatiche e la stanchezza, fino a quel giorno, giorno della sua condanna e crocifissione, giorno della speranza delusa. Gesù è morto e contro la morte non ci sono rimedi. Nei cuori dei discepoli il posto della speranza ora è occupato da buio e angoscia, perché? Eppure Gesù diceva che il terzo giorno sarebbe risuscitato! Ma chi se lo ricorda oggi? Come immaginavano loro la liberazione d’Israele? Alla condizione dei discepoli schiacciati dal dolore e disperati paiono riferirsi le parole del profeta Isaia: “Ogni uomo è come l’erba… secca l’erba, il fiore appassisce quando il soffio del Signore spira su di essi… veramente il popolo è come l’erba” (Is 40,6-8). Ma la speranza posta in Dio non può svanire nel nulla! Il profeta, infatti, aggiunge: “Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura sempre!” (Is 40,8). Però, “con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute” (Lc 24,21). Tre lunghi giorni cui, però, fa seguito quel “primo giorno dopo il sabato”. Sulla via di Emmaus Ci troviamo accanto ai discepoli incamminati verso Emmaus. Stavolta, non seguono il Maestro, non camminano sicuri e gioiosi sulle sue orme. Sono tristi. Conversano vivacemente di tutto quello che era accaduto a Gerusalemme e che ormai fa parte di quell’esperienza per loro davvero traumatica: di Gesù Maestro, condannato a morte e crocifisso. E’ proprio in questo momento che Lui in persona li segue, si accosta, li ascolta mettendosi al loro passo, cammina con loro, così come una vota loro seguivano Lui. Essi, però, tutti presi dai loro discorsi, sono “incapaci di riconoscerlo”. Rimangono ancorati al passato, perciò il presente sfugge loro di mano. Uno dei grandi Padri della Chiesa osserva opportunamente: “Camminavano morti con il Vivente, camminavano morti con la stessa Vita, la Vita camminava con loro, ma nei loro cuori non c’era ancora la vita” (Sant’Agostino, Sermone 235,3). Negli occhi dei discepoli si è fissata un’altra immagine, quella di Gesù sulla croce e di Lui messo nel sepolcro. I loro occhi, dunque, sono “imprigionati, incatenati” da qualcos’altro. Gesù, prima silenzioso compagno di viaggio, adesso domanda con stupore: “Che sono questi discorsi…?”. Gesù è stupito, vede che davvero sono “tardi di cuore” e allora reagisce da Maestro: “Ma… che cosa state dicendo?”. Alla domanda segue un’immediata reazione: “Si fermano”, ma “col volto triste”. Possiamo immaginare il loro stupore. Per riflettere, infatti, è necessario fermarsi. Nella vita quotidiana, in cui spesso capita di sentirsi come in una giostra, bisogna proprio fermarsi per non lasciarsi afferrare dalle preoccupazioni e diventare ciechi e “tardi di cuore”. “Tu solo sei così forestiero da non sapere!”. Solo un forestiero, infatti, sarebbe stato all’oscuro di un evento così eclatante come quello accaduto a Gerusalemme. Cleofa è stupito dell’ignoranza di questo forestiero e così si affretta a raccontare quegli avvenimenti di cui parlava con il suo compagno per far uscire il suo nuovo interlocutore dall’ignoranza. Ma chi è veramente ignorante? L’evangelista gioca su due registri che non riescono a incontrarsi: sulla realtà della vita di Cristo Risorto e sulla speranza delusa che acceca i discepoli. Gesù, però, fa di tutto per risollevarli e per farli passare a un altro livello, quello della conoscenza di Lui attraaverso le Scritture: “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro ciò che si riferiva a lui”. I discepoli forse hanno ancora nella mente l’insegnamento del Maestro: la parabola della pecorella smarrita, del figlio prodigo, del buon samaritano e tante altre, oppure i miracoli compiuti da Gesù. Tutto ciò li aveva convinti della sua “potenza in parole e in opere”. Eppure Gesù per loro è morto, ma le donne e alcuni dei loro fratelli, recatesi al mattino al sepolcro, li hanno sconvolti con la notizia che Egli è vivo. Il lettore sa che è Gesù stesso a parlare con i discepoli e si aspetta il momento in cui Egli si rivelerà oppure che i discepoli lo riconosceranno. Niente affatto! Il discorso si prolunga ed Emmaus si avvicina. Il viaggio si conclude e i discepoli rimangono nella loro ignoranza. “Oh, se sapeste il dono di Dio e chi è colui che vi parla!”, si potrebbe dire citando Gesù nel suo colloquio con la donna samaritana (Gv 4,10). Si fa sera e il giorno declina. L’inaspettato invito, “resta con noi”, apre una nuova possibilità di riconoscimento. “Egli entrò per rimanere con loro”. I discepoli “tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti”, con gli occhi “incapaci a riconoscerlo”, aprono in un gesto ospitale la porta per il Viandante. Verso i confini del mondo Si compie qui quello che è detto nell’Apocalisse: “Ecco: io sto alla porta e busso. Se uno, udendo la mia voce, mi aprirà la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Solo in questo momento, mentre si trovano a tavola, si aprono i loro occhi e lo riconoscono nello spezzare il pane. Allora il Maestro scompare, ma essi tornano a Gerusalemme ormai trasformati dalla sua presenza, con il cuore ardente dall’ascolto della sua parola. Nel loro cammino possiamo riconoscere anche i nostri cammini interiori con Gesù. In diversi percorsi, dovunque si trovi, l’uomo è invitato a “camminare con Dio”, vale a dire, vivere in comunione con Lui. Egli, infatti, in persona accompagna i passi dei suoi discepoli “fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Ma chi è capace di riconoscere la sua presenza? Il Signore risorto, che ha acceso nei nostri cuori la speranza di questa vita che non conosce tramonto, ci aiuti a riconoscerlo instancabile Viandante sulle vie travagliate della nostra storia.
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ANNO XXIX - N. 42
Gesù colpisce, spiazza, innova….
Gesù colpisce, spiazza, innova….
“Occorre confrontarsi con Gesù, direi, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda, così come ci è narrata dal più antico dei Vangeli, quello di Marco. Si costata allora che lo “scandalo” che la parola e la prassi di Gesù provocano attorno a lui derivano dalla sua straordinaria “autorità”: una parola, questa, attestata fin dal Vangelo di Marco, ma che non è facile rendere bene in italiano. La parola greca è “exousia”, che alla lettera rimanda a ciò che “proviene dall’essere” che si è. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova a partire – egli stesso lo dice – dal suo rapporto con Dio, chiamato familiarmente Abbà, il quale gli consegna questa “autorità” perché egli la spenda a favore degli uomini”.
(Lettera di Papa Francesco ad Eugenio Scalfari, 4 settembre 2013).
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“Occorre confrontarsi con Gesù, direi, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda, così come ci è narrata dal più antico dei Vangeli, quello di Marco. Si costata allora che lo “scandalo” che la parola e la prassi di Gesù provocano attorno a lui derivano dalla sua straordinaria “autorità”: una parola, questa, attestata fin dal Vangelo di Marco, ma che non è facile rendere bene in italiano. La parola greca è “exousia”, che alla lettera rimanda a ciò che “proviene dall’essere” che si è. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova a partire – egli stesso lo dice – dal suo rapporto con Dio, chiamato familiarmente Abbà, il quale gli consegna questa “autorità” perché egli la spenda a favore degli uomini”.
(Lettera di Papa Francesco ad Eugenio Scalfari, 4 settembre 2013).
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ANNO XXIX - N. 42
L’ANNO SANTO DELLA MISERICORDIA E IL POTERE
È notizia fresca. Il Santo Padre ha
indetto un Anno Santo straordinario
incentrato sulla misericordia del
Signore. Inizierà l’8 dicembre del 2015 e
terminerà il 26 novembre 2016.
Sarà un periodo di grazia per tutti
coloro che vorranno accostarsi più in
profondità alla infinita misericordia di
Dio, il quale è sempre pronto ad
accogliere chi si converte a Lui, alla Sua
parola di speranza e di vita eterna.
E sarà un periodo di riflessione per
l’intera Chiesa, chiamata dal Papa ad
interpellarsi più a fondo sulla scelta della
povertà, dell’amore misericordioso, della
tolleranza. La scelta della povertà,
sottolineata da Bergoglio con
l’assunzione del nome di Francesco, è
sotto le mire di certa parte della gerarchia
cattolica che vorrebbe che il papa tacesse,
si facesse i fatti propri, fosse un papa
austero, distante dalla gente comune, che
parlasse un linguaggio curiale finalizzato
al consolidamento di una certa figura
retorica di papato, che invece Bergoglio
ha demolito con le sue parole e le sue
opere.
Insomma, come ha sottolineato in un
suo articolo il teologo Vito Mancuso (v. la
Repubblica, venerdì 13 marzo 2015, pag.
1 e pag. 36), la lotta è quella antica fra
povertà e potere, fra una Chiesa amica dei
poveri e serva dei poveri ed una Chiesa
del potere umano, amica dei potenti ed
essa stessa potere forte, abitata da
cardinali, prelati, sacerdoti ricchi e che
semmai vivono in case lussuose, laddove
il Papa si accontenta di settanta metri
quadri in quel di Santa Marta.
Il Cristo, portato nel deserto dallo
Spirito, ingaggiò una battaglia con lo
spirito del male, il quale lo tentò anche sul
piano del potere. Se si fosse inginocchiato
dinanzi a lui, egli gli avrebbe dato potere
su tutto il mondo. Ma su quale mondo? E quale tipo di potere? Ovviamente sugli
uomini dello stesso stampo del ricco
Epulone, il cui potere consisté nel non
poter far nulla per il povero Lazzaro e nel
dannarsi. Con ciò intendo dire che il
ricco, che coincide col potente e che
esercita il potere per mantenerlo e semmai
accrescerlo, non ha coscienza né
consapevolezza della povertà e di chi
sono i poveri perché, avendo scelto
Mammona, non ha accesso alla sapienza
di Dio, che è rivelata ai poveri e agli
umili, cioè a quanti non hanno potere e
sono totalemente e fiduciosamente
dipendenti da Dio.
Questo Anno Santo straordinario
viene in un momento delicato per le sorti
dell’umanità e della stessa Chiesa, che
deve rigenerarsi e che non può né potrà
più fare a meno di papi come Bergoglio.
Se dovesse lasciarsi corrompere dal
potere, cioè da Satana, sperimenterebbe sì
la forza del potere ma non anche quella
dello Spirito Santo, che l’abbandonerebbe
al suo destino umano, sebbene abbia un
fondamento ultraterreno. Certo, la Chiesa
rinascerebbe in altri modi e luoghi, ma il
danno che si provocherebbe alla fede
sarebbe devastante, giacché chi parla di
Dio e non si comporta come il Signore,
non solo danneggia sé stesso, ma
danneggia l’intero corpo mistico della
Chiesa.
Dopo i numerosi scandali di cui si
sono macchiati uomini e donne
consacrati; dopo che il Papa si è spesse
volte intrattenuto sul dovere morale di
fuggire il male e di non lasciarsi
corrompere dalle seduzioni del mondo;
dopo che, grazie al Papa, la Chiesa sta
conoscendo una nuova fioritura, sarebbe
folle e diabolico andare controcorrente e
schierarsi contro i disegni di
rinnovamento e di
conversione dettati da
Papa Francesco.
Preghiamo quindi
per il Santo Padre e
affinché la
misericordia di Dio,
la Sua grazia, lo
Spirito Santo, si
riversino
abbondantemente, ora
e sempre, sui credenti
e su quanti hanno
scelto di servire la
Chiesa e non già di
servirsene per fare
carriera e stare dalla
parte dei ricchi e dei
potenti di questo
mondo.
Salvatore Bernocco
Salvatore Bernocco
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